Marta fa il libera tutti.

Pinocchio non c'è più

Marta sopravvive in una piazza vuota senza far rumore tra una pizzeria e un caffè,

lei ti guarda e ride quando la sua rabbia non riesce a contenerla dentro sé

un vestito rosso, scarpe senza tacco, labbra di cristallo le ginocchia al petto senza età,

e certe giornate si diverte a indovinare il destino di qualcuno che passa e che va,

Quello è un tipo strano, forse è innamorato e non si rassegna a scrivere sui muri frasi sovversive tipo tu sei mia

Marta che sospira, fuma una marlboro, butta fuori l’aria e la guarda andare via.

Se solo anche i ricordi, quelli spaventosi, fossero solubili in lacrime e bestemmie, o potessero affogare alla fine del bicchiere senza riaffiorare allora sì,

sì che si potrebbe respirare, correre e lasciarsi andare, senza la paura di cadere, avere soltanto l’urgenza di esserci.

Marta che cammina, stringe fra le mani, una birra media…

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Non me n’ero mai accorta
Di questo gracchiare di corvi all’alba
Nemmeno della vera sorgente
Dell’ ansia
Con quest’ amore a intermittenza
In questa vita che mi ha insegnato solo
La resistenza
In questa vita che seppur mia
Non mi vede mai protagonista
Perché a pensare di stare al centro dell’attenzione io
Così debole di cuore
Mi sale il panico, il vomito
E mi gira la testa
Muovetevi voi sopra un palco avanti e indietro
Pieni di voi e del vostro ego
Voi che pensate che il mondo vi giri intorno
Mentre siete voi disperatamente
A rincorrerlo
Fate il pieno di complimenti, di sorrisi falsi
E di consensi
Io non sono protagonista della mia vita
Odio stare al centro e odio essere guardata,
Ed esser solo giudicata e mai riconosciuta
Solo perché la mia faccia è troppo comune o anonima
E la mia anima troppo ingenua
Ma voi scegliete pure il vostro ruolo
Che siate protagonisti o solo comparse
Tra chi resta e chi parte
L’importante è che continuiate a calcare la scena
Perché io
Sono quella che scrive la storia

Silvia Canonico, Versi di un Autunno precario 🖋

LA CAREZZA DI VENTO

La sentirai, che sarò già lontana.
Ma la ragione, il lavoro, il tempo
ti distrarranno da lei.
L’avvertirai ancora, accennata
quando meno te l’aspetti
o quando, invece, ne avresti più bisogno.
Ed ogni volta che t’ accadrà di percepirla
ne sarai sempre più certa, più sicura.
Ti sorgerà il dubbio
ma ti rassicurerà l’odore
il tocco lieve, l’invisibile impronta.
L’odore di madre, la pace.
E’ la carezza di vento
che non ti lascerà mai sola.
Non diverrò polvere
così che tu debba chinarti per trovarmi
ma divverò vento, per poterti circondare
come ti circondavano le mie braccia
quando correvo a consolarti.
La sentirai che sarò già lontana
ma il tuo cuore la riconoscerà.
E’ la carezza di vento
il respiro eterno delle madri
L’amore che resta, oltre ogni cosa.

Carolina Turroni 🖋💗

C’è chi la chiama poesia

Quando il buio invade il tuo sguardo
chiudi a pugno le mani e ti lasci morire
occhi bassi
immersi nello spazio stremato d’un luogo troppo piccolo
inverso da te
e raggiungi con vigore l’immensità di un sogno non ancora avverato

hai paura di amare
di aprirti
di perderti o di trovarti
di riperderti o di ritrovarti
di riaprirti
e poi cerchi tra i resti, avanzi di affetto di cerchi non chiusi

urli in faccia al silenzio
forte come sai
forte come sei
reclamando una musica nuova
che muti lo sfondo o il sottofondo
conscia d’aver toccato il fondo profondo del tuo mondo sordo

hai radici delicate
un segreto sacro dentro il caldo interno dell’amore senza calcolo
sabbie mobili per creature semplici
un anima nuda esposta al profumo d’intenso
immobile sotto e sopra
come in attesa del vento

di fragilità ti vesti
di fragilità ti spogli
di troppa ira o ironia
hai smesso di piangere
hai smesso di ridere
hai smesso di esistere

vivi d’aria sommersa
nel malessere d’oltre nascosto fra pizzi e disegni
svagata, bianca e stanca
col volto confuso e sconvolto
hai perso l’assenza e la presenza… ma sei ancora lì
ferma di gentilezza o disprezzo

ti osservo distante
mi scivoli tra i pensieri
indugi sul cuore
poi cadi tra le mani e diventi parole… c’è chi la chiama poesia
c’è chi ti chiama poesia
c’è chi ti chiama
c’è chi ti ama.

Gio Porta 🖋

Sorrow, opera di Vincent van Gogh

Da: “L’ Onnipotenza della Pulce”
Silvia Canonico 🖋

Ri-vedo
Guardo il mondo
attraverso
del passato ricordo il suo morso
nella carne acerba
di bambina acerba
di bambina ferma
immobile, spaurita
da una strada senza uscita
ri-vedo l’ innocenza divorata
dalla bestia mascherata
fu un giorno
che poi divenne tempo
che poi divenne vita
vita cominciata troppo presto
sopravvissuta ad ogni costo
l’ infame tempo non si fa scordare
nella stanza della memoria chiusa a chiave.
Ri-vedo una bambina sporcata
da tutti malata-mente amata
diversa
corrotta
dai suoi sogni ancor vergini protetta.
Ri-vedo e mi ri-vedo
schiacciata sotto il peso
di un corpo morto
misuro la distanza da quei giorni infami
che ormai sembrano lontani
ma che condizionano il presente
mentre continuo a dirmi
“non è successo niente”

IL CLAN DEL DESTINO.

Mi chiamo Bilal,
ho la pelle marrone e lo sguardo nel vuoto,
sono qui da un minuto con in mano una foto,
c’è una donna che ride con in braccio un bambino
sono il figlio e la moglie di un clandestino.

Non ho rubato mai niente e non sono un bandito
Son partito dal Gambia con un sogno proibito
Dare a quella famiglia un futuro migliore
in certi posti si muore senza fare rumore.

In Gambia insegnavo il pianoforte ai bambini
La musica come l’amore non conosce confini
Per mia moglie e mio figlio suonavo più forte
Perché l’amore e la musica vanno oltre la sorte.

Son partito dicendo “troverò un posto in cui stare,
un luogo sicuro dove non sanno sparare”
lei mi sorrise sincera con i suoi occhi speciali
sembrava proprio un angelo con le ali e gli occhiali.

Ho attraversato l’inferno fra minacce e torture
Ho guardato negli occhi le mie più oscure paure
Ho visto morire persone senza un peccato o uno sbaglio
E soldati ubriachi fare il tiro al bersaglio.

Ho attraversato quel mare con centoventi persone,
centoventi sciagure in un solo barcone,
per tre giorni con un piede nel mare e i suoi flutti,
perché anche all’inferno non c’è spazio per tutti.

Il barcone affondava con cattiveria costante
Tra la vita e la morte c’è un brevissimo istante.
C’è una mano straniera che mi strappa alle onde
Ma il terrore che provo mi stordisce e confonde.

Ho la pelle marrone e lo sguardo nel vuoto,
sono qui da un minuto e ho in mano una foto,
c’è una donna che ride e un bambino paffuto,
sono il figlio e la moglie di un sopravvissuto.

Siamo persone anche noi con il nostro cammino
Siamo quelli arruolati al clan del destino
Perché la vita è una ruota che gira costante,
può farti nascere uomo o soltanto migrante.

Francesco Lollerini 🖋

Frammenti

Fiorisce un giorno nuovo tra i tuoi capelli
forza e languore sul viso perso nell’uggia
tra le tue dita
colori, paura, audacia… senno e follia

mescoli silenzio, sorrisi e lacrime
rinneghi il destino coprendo i palmi
dipingi l’orma del tuo cammino
strade consunte, petali, polvere e sangue

dai un senso ai sensi con i tuoi simboli
nel limbo oscuro
il segreto ha un sapore amaro
che all’improvviso trafigge il cuore

perché la gioia è illusione fragile
stella che passa e va, istante breve, volo dell’anima
scintilla tra i riflessi che perfida si scaglia oltre le ombre
viaggio fugace ormai finito

danzi nel cerchio di fuoco, serpenti e spine
spiragli di calore
visioni accese vibrano
contrasti a confronto senza limiti o confini

nella tua bocca promesse che non si dicono
segreti fragili
tra verità e bugia, risate e pianto
perché è assenza il sogno infranto

è amore e odio la vita
spettro di un sogno
un battito che batte e poi non batte
se ne sbatte, ti batte e abbatte

fluisci lenta
è il tuo compenso
ma paghi un conto amaro e distorto
che segna il corpo e disegna l’anima

mentre lo specchio raduna barlumi vergini
dipingi poesie perse nel tempo
il mio pensiero dice di te passione e oltre
mi serve un segno e lo trovo nei tuoi occhi

ed ora parlami tu … che io non posso.

Gio Porta 🖋

Autoritratto con collana di spine, opera di Frida Kahlo