7×7 Sinfonia pandemica… — Epidemia di Vita

…in Covid19 andante contagioso. Di Marco Baroni Una musica che ti entra nelle orecchie, sin dal primo mattino. Una melodia che poi si va a sedimentare nella memoria a lungo termine e non ti abbandonerà più. Appena sveglio l’ouverture è fatta di sirene sparse, che corrono e s’intrecciano. Qualcuna di queste si ferma proprio vicino […]

7×7 Sinfonia pandemica… — Epidemia di Vita

Nanà, pensieri in libertà

♡Nanà….

quellostrano1980

Pensieri in libertà

1 aprile 2016

Ho riletto, dopo molto tempo una poesia di Enzo Aprea…

Vorrei
una corsia di letti
rossi, verdi e gialli
azzurri e rosa
per far festa alla morte
come sposa.
E dottori sorridenti
curvi sul corpo rotto
di un uomo
con camici variopinti
di voile, di chiffon, di seta pura
per far festa
alla morte
senza paura.
E muri
disegnati
dai pittori più grandi
da Giotto, Raffaello
da Pier della Francesca
dal Giorgione
e cancellare
il bianco del dolore.
Muoia la morte
per una sola volta
senza il suo colore.

Son passati diversi anni da quando questo è stato scritto, i
sogni di Aprea, in un certo senso, si sono quasi realizzati… le corsie
ospedaliere e i medici, spesso vestono tinte verdino o azzurro, colori
che vengono definiti rilassanti…Ma il bianco… quel bianco ancora è nella
mente di chi soffre… e i sorrisi non sempre…

View original post 104 altre parole

So quello che voglio
Un abito bianco per un giorno
E tutte le vestaglie che portava mia nonna per il resto del tempo
Non dovranno mancare le sottane col pizzo
I pranzi della domenica
E le circostanze del cazzo
l’allegria nei giorni di festa
L’odore del suo divano quando si concedeva mezz’ora dal lavoro nei campi per guardare
Il suo telegiornale
Voglio la semplicità di una tavola imbandita di gente amica
Voglio invecchiare
E farlo come cazzo mi pare
Soprattutto intorno a me
voglio gente reale
che ride
Gente che non si offende
Voglio girotondi e ghirlande
A festeggiare tutte le mie cadute
A festeggiare le cadute di tutti
Voglio gente umile
Inutile
Ma che sappia sorridere di se stessa
Della vita
E del dramma in essa
Che sappia ridere di quella volta di quell’altra
Voglio una banda
Di suonatori
Di strumenti
di parola
Ho semplicemente della vita
Ma voglio una banda
E stare lontano da chi mi comanda
E dargliela vinta
Solo se la convenienza è molta
Voglio farmi pregare
Voglio farmi volere
Non so se ne sarò capace
Ma forse l’unico modo
Per farsi amare
Voglio La banalità del cocomero in estate
E delle fave fresche in autunno
Dei fichi a settembre
Delle ciliegie maggio
Voglio che seme che mi ha cresciuto
Mi dia questo coraggio
Voglio sentire l’odore dei pomodori
E nuotare nei chicchi di grano
voglio un inverno in cui non si esce di casa
È un’estate in cui è vietato rientrarci
Se ancora qualcosa di sano è rimasto in me
È lontano da qualsiasi noi
Ed è rinchiuso in un se

Silvia Canonico, L’ onnipotenza della pulce- 🖋

E dell’ingratitudine del tempo che passa
E con gelo assoluto
Ci dimentica
Che cosa dovremmo dire?
Se a dimenticarci per prima
Sono le persone
Restano dentro delle abitudini che urlano per venire fuori
I baci al risveglio
I piedi incrociati alla fine di un letto
E ritrovarsi alla sera sempre più stanchi
E nonostante tutto andare avanti
Lottare, superare prove d’amore
Sacrificarsi
Sacrificare
Stringere i denti
Nascondere le lacrime
E I brutti sentimenti
Per poi nel correre dell’altro
Piano piano sparire
Diventare invisibile
O motivo di disprezzo
E ci si sente esclusi
Ci si sente delusi, traditi
Ci si sente senza un pezzo
E io ora sono un cane randagio
Maltrattato e abbandonato
Che non si fida più dell’uomo che ha amato
Ma che continua ad amare perché un cane non può smettere di amare il suo padrone
Sono stata abbandonata in superstrada
E adesso scappo
Da tutto e da tutti
A volte mi prende una macchina
Ma mi rimetto in piedi
Scappo, corro, non so da chi o da cosa
Forse dalla mia ingenua fiducia tradita
Mi sento in pericolo
Ad ogni kilometro
Abbaio è mordo
E non mi lascio prendere
Non mi lascio avvicinare
Per paura di amare ancora di quell’amore
Che un certo punto a scelto di lasciarmi sola
Su questa autostrada
Che non so dove porta
Spero solo che in qualche modo
mi riconduca all’amore e alla vita

Silvia Canonico 🖋

Marta fa il libera tutti.

Pinocchio non c'è più

Marta sopravvive in una piazza vuota senza far rumore tra una pizzeria e un caffè,

lei ti guarda e ride quando la sua rabbia non riesce a contenerla dentro sé

un vestito rosso, scarpe senza tacco, labbra di cristallo le ginocchia al petto senza età,

e certe giornate si diverte a indovinare il destino di qualcuno che passa e che va,

Quello è un tipo strano, forse è innamorato e non si rassegna a scrivere sui muri frasi sovversive tipo tu sei mia

Marta che sospira, fuma una marlboro, butta fuori l’aria e la guarda andare via.

Se solo anche i ricordi, quelli spaventosi, fossero solubili in lacrime e bestemmie, o potessero affogare alla fine del bicchiere senza riaffiorare allora sì,

sì che si potrebbe respirare, correre e lasciarsi andare, senza la paura di cadere, avere soltanto l’urgenza di esserci.

Marta che cammina, stringe fra le mani, una birra media…

View original post 290 altre parole

Non me n’ero mai accorta
Di questo gracchiare di corvi all’alba
Nemmeno della vera sorgente
Dell’ ansia
Con quest’ amore a intermittenza
In questa vita che mi ha insegnato solo
La resistenza
In questa vita che seppur mia
Non mi vede mai protagonista
Perché a pensare di stare al centro dell’attenzione io
Così debole di cuore
Mi sale il panico, il vomito
E mi gira la testa
Muovetevi voi sopra un palco avanti e indietro
Pieni di voi e del vostro ego
Voi che pensate che il mondo vi giri intorno
Mentre siete voi disperatamente
A rincorrerlo
Fate il pieno di complimenti, di sorrisi falsi
E di consensi
Io non sono protagonista della mia vita
Odio stare al centro e odio essere guardata,
Ed esser solo giudicata e mai riconosciuta
Solo perché la mia faccia è troppo comune o anonima
E la mia anima troppo ingenua
Ma voi scegliete pure il vostro ruolo
Che siate protagonisti o solo comparse
Tra chi resta e chi parte
L’importante è che continuiate a calcare la scena
Perché io
Sono quella che scrive la storia

Silvia Canonico, Versi di un Autunno precario 🖋

LA CAREZZA DI VENTO

La sentirai, che sarò già lontana.
Ma la ragione, il lavoro, il tempo
ti distrarranno da lei.
L’avvertirai ancora, accennata
quando meno te l’aspetti
o quando, invece, ne avresti più bisogno.
Ed ogni volta che t’ accadrà di percepirla
ne sarai sempre più certa, più sicura.
Ti sorgerà il dubbio
ma ti rassicurerà l’odore
il tocco lieve, l’invisibile impronta.
L’odore di madre, la pace.
E’ la carezza di vento
che non ti lascerà mai sola.
Non diverrò polvere
così che tu debba chinarti per trovarmi
ma divverò vento, per poterti circondare
come ti circondavano le mie braccia
quando correvo a consolarti.
La sentirai che sarò già lontana
ma il tuo cuore la riconoscerà.
E’ la carezza di vento
il respiro eterno delle madri
L’amore che resta, oltre ogni cosa.

Carolina Turroni 🖋💗

C’è chi la chiama poesia

Quando il buio invade il tuo sguardo
chiudi a pugno le mani e ti lasci morire
occhi bassi
immersi nello spazio stremato d’un luogo troppo piccolo
inverso da te
e raggiungi con vigore l’immensità di un sogno non ancora avverato

hai paura di amare
di aprirti
di perderti o di trovarti
di riperderti o di ritrovarti
di riaprirti
e poi cerchi tra i resti, avanzi di affetto di cerchi non chiusi

urli in faccia al silenzio
forte come sai
forte come sei
reclamando una musica nuova
che muti lo sfondo o il sottofondo
conscia d’aver toccato il fondo profondo del tuo mondo sordo

hai radici delicate
un segreto sacro dentro il caldo interno dell’amore senza calcolo
sabbie mobili per creature semplici
un anima nuda esposta al profumo d’intenso
immobile sotto e sopra
come in attesa del vento

di fragilità ti vesti
di fragilità ti spogli
di troppa ira o ironia
hai smesso di piangere
hai smesso di ridere
hai smesso di esistere

vivi d’aria sommersa
nel malessere d’oltre nascosto fra pizzi e disegni
svagata, bianca e stanca
col volto confuso e sconvolto
hai perso l’assenza e la presenza… ma sei ancora lì
ferma di gentilezza o disprezzo

ti osservo distante
mi scivoli tra i pensieri
indugi sul cuore
poi cadi tra le mani e diventi parole… c’è chi la chiama poesia
c’è chi ti chiama poesia
c’è chi ti chiama
c’è chi ti ama.

Gio Porta 🖋

Sorrow, opera di Vincent van Gogh

Da: “L’ Onnipotenza della Pulce”
Silvia Canonico 🖋

Ri-vedo
Guardo il mondo
attraverso
del passato ricordo il suo morso
nella carne acerba
di bambina acerba
di bambina ferma
immobile, spaurita
da una strada senza uscita
ri-vedo l’ innocenza divorata
dalla bestia mascherata
fu un giorno
che poi divenne tempo
che poi divenne vita
vita cominciata troppo presto
sopravvissuta ad ogni costo
l’ infame tempo non si fa scordare
nella stanza della memoria chiusa a chiave.
Ri-vedo una bambina sporcata
da tutti malata-mente amata
diversa
corrotta
dai suoi sogni ancor vergini protetta.
Ri-vedo e mi ri-vedo
schiacciata sotto il peso
di un corpo morto
misuro la distanza da quei giorni infami
che ormai sembrano lontani
ma che condizionano il presente
mentre continuo a dirmi
“non è successo niente”

IL CLAN DEL DESTINO.

Mi chiamo Bilal,
ho la pelle marrone e lo sguardo nel vuoto,
sono qui da un minuto con in mano una foto,
c’è una donna che ride con in braccio un bambino
sono il figlio e la moglie di un clandestino.

Non ho rubato mai niente e non sono un bandito
Son partito dal Gambia con un sogno proibito
Dare a quella famiglia un futuro migliore
in certi posti si muore senza fare rumore.

In Gambia insegnavo il pianoforte ai bambini
La musica come l’amore non conosce confini
Per mia moglie e mio figlio suonavo più forte
Perché l’amore e la musica vanno oltre la sorte.

Son partito dicendo “troverò un posto in cui stare,
un luogo sicuro dove non sanno sparare”
lei mi sorrise sincera con i suoi occhi speciali
sembrava proprio un angelo con le ali e gli occhiali.

Ho attraversato l’inferno fra minacce e torture
Ho guardato negli occhi le mie più oscure paure
Ho visto morire persone senza un peccato o uno sbaglio
E soldati ubriachi fare il tiro al bersaglio.

Ho attraversato quel mare con centoventi persone,
centoventi sciagure in un solo barcone,
per tre giorni con un piede nel mare e i suoi flutti,
perché anche all’inferno non c’è spazio per tutti.

Il barcone affondava con cattiveria costante
Tra la vita e la morte c’è un brevissimo istante.
C’è una mano straniera che mi strappa alle onde
Ma il terrore che provo mi stordisce e confonde.

Ho la pelle marrone e lo sguardo nel vuoto,
sono qui da un minuto e ho in mano una foto,
c’è una donna che ride e un bambino paffuto,
sono il figlio e la moglie di un sopravvissuto.

Siamo persone anche noi con il nostro cammino
Siamo quelli arruolati al clan del destino
Perché la vita è una ruota che gira costante,
può farti nascere uomo o soltanto migrante.

Francesco Lollerini 🖋