C’è chi la chiama poesia

Quando il buio invade il tuo sguardo
chiudi a pugno le mani e ti lasci morire
occhi bassi
immersi nello spazio stremato d’un luogo troppo piccolo
inverso da te
e raggiungi con vigore l’immensità di un sogno non ancora avverato

hai paura di amare
di aprirti
di perderti o di trovarti
di riperderti o di ritrovarti
di riaprirti
e poi cerchi tra i resti, avanzi di affetto di cerchi non chiusi

urli in faccia al silenzio
forte come sai
forte come sei
reclamando una musica nuova
che muti lo sfondo o il sottofondo
conscia d’aver toccato il fondo profondo del tuo mondo sordo

hai radici delicate
un segreto sacro dentro il caldo interno dell’amore senza calcolo
sabbie mobili per creature semplici
un anima nuda esposta al profumo d’intenso
immobile sotto e sopra
come in attesa del vento

di fragilità ti vesti
di fragilità ti spogli
di troppa ira o ironia
hai smesso di piangere
hai smesso di ridere
hai smesso di esistere

vivi d’aria sommersa
nel malessere d’oltre nascosto fra pizzi e disegni
svagata, bianca e stanca
col volto confuso e sconvolto
hai perso l’assenza e la presenza… ma sei ancora lì
ferma di gentilezza o disprezzo

ti osservo distante
mi scivoli tra i pensieri
indugi sul cuore
poi cadi tra le mani e diventi parole… c’è chi la chiama poesia
c’è chi ti chiama poesia
c’è chi ti chiama
c’è chi ti ama.

Gio Porta 🖋

Sorrow, opera di Vincent van Gogh

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